Ragnatele.

E questo cielo cupo sopra di noi come i suoi occhi neri, nerissimi che mi osservavano da lontano contriti.
Ed anche io vorrei dire a mia madre che ho paura, che in fondo anche su un prato si può dormire e non è l’ossigeno quello che ci fa straparlare.
E tu vuoi che ti dica solo ciò che vuoi sentire, ma ne ho abbastanza di passi sulla Luna. È coi piedi ad un centimetro da terra che osservo il mondo, con le mani gelide ed il vento freddo che ci annienta il futuro.

Cosa vuol dire abbracciarsi ad una fermata dell’autobus sotto gli sguardi indifferenti e le parole asmatiche sputate in faccia. La rabbia che non ho colto e che non capisco mi assale, mi strozza il respiro mentre mi accusa puntandomi contro il dito.
Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Dovrei battermi il petto per sentire scricchiolare le ragnatele delle mie bugie sotto le dita.
E come farai a dirmi che ho di nuovo ragione, con l’orgoglio che sporca le tue narici ed ancora inquina le tue vene.
Vorrei provare ad entrare nei miei incubi e capirli, sporcarmi anch’io finalmente – strappare via questa finta patina di innocenza che a stento mi copre le gambe -, ma non è niente di che.
Niente di che.

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