Aspettando l’aurora.

Non ho ancora parole, sono di fronte a questo foglio bianco a premere tasti a caso per allentare la pressione sul mio petto.
E non importa quante canzoni rabbiose abbia ascoltato nelle ultime ore, se poi finisco su My Immortal degli Evanescence.
È che le cose finiscono, anche quelle che riteniamo immutabili, ed io non sono ancora riuscita a farci l’abitudine.
Passerà, anche questa notte passerà, ed io da domani avrò una nuova cicatrice visibile o meno.
Forse è finalmente la molla che mi spingerà a cambiare abitudini e modi, forse il tassello che mi mancava per decidere di andarmene, o forse ancora anche questi sentimenti si depositeranno sul fondo della mia anima non dissimile a polvere.
Per il momento, sono su questa sedia a curare la mia pelle d’oca cercando un calore che da troppo tempo manca ai miei polpastrelli.
Sono bloccata in questa situazione da mesi e chi avrebbe dovuto / potuto aiutarmi si è voltato dall’altra parte, preferendo (giustamente aggiungerei) occupare le proprie giornate in impieghi di certo più redditizi.
Tento di rialzarmi da sola e cado. Fallisco ancora una volta, l’ennesima, e mi lascio andare di nuovo.
Affondo e riemergo da una melma pesante che mi ostruisce i polmoni e mi impedisce di respirare bene, che mi cala dinanzi agli occhi e mi oscura la vista.
Io non sono più chi credevo di essere.
Ho perso qualsiasi coscienza di me stessa, di chi ho intorno, persino del tempo – com’è possibile che sia già due ottobre?

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