Il Dio dell’Ira.

«Che cosa ne pensa di lui veramente?» chiese.
«Una bella domanda,» rispose il cacciatore «e sapevo che prima o poi me l’avrebbe fatta. Che cosa penso di lui?» Si stuzzicò il naso. Si passò le dita tra i capelli. «Ho viaggiato molto e ho visto tanto del mondo prima e dopo. Ho vissuto i giorni della distruzione. Ho visto le città morire, le campagne avvizzire. Ho visto il pallore diffondersi sulla terra. A quei tempi, qualcosa di bello esisteva ancora. Le città erano posti febbrili e sporchi, ma c’erano ancora momenti, attimi irripetibili che di solito corrispondevano con gli arrivi e le partenze, in cui, a guardarle di notte tutte illuminate, magari da un aereo nel cielo specchiato, tornava alla memoria una visione di S. Agostino. Urbi et orbi, forse, solo per quell’istante di chiarezza. E quando andavi fuori città, in una bella giornata, c’era tanto verde e marrone, spruzzato di tutti gli altri colori, acqua limpida che scorreva, aria dolce. Ma è venuto quel giorno. L’ira si è abbattuta. Il peccato, la colpa e il castigo? Le psicosi maniacoli di quelle entità che definivamo nazioni, istituzioni, sistemi – i poteri, i regni, le dominazioni – le cose che si fondono in eterno con l’uomo e che dall’uomo emergono? Il nostro buio, esteriorizzato e visibile? Comunque si voglia guardare a questi fatti, è stato raggiunto il punto critico. L’ira si è abbattuta. Il bene, il male, il bello, l’oscuro, le città, la campagna – il mondo intero – tutti si sono specchiati per un istante nella lama sollevata. E la mano che brandiva quella lama apparteneva a Carleton Lufteufel. Nel momento in cui affondava la lama nel nostro cuore, quella mano non era più umana, apparteneva al Deus Irae, al Dio dell’Ira stesso. Quel che resta sopravvive grazie alla Sua tolleranza. Se deve esistere una religione, ritengo che questo sia l’unico credo sostenibile. Quale altro edificio si potrebbe costruire sugli eventi? È così che vedo Carleton Lufteufel, così sento che la tua arte dovrebbe preservarlo. Ecco perché te lo voglio mostrare.»

Philip K. Dick, Roger Zelazny – Deus Irae.

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