Di pendolari e lenti a contatto anarchiche.

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Non comprendi appieno la tragedia dell’essere pendolare finché non ti ritrovi alle 6 di mattina a doverti mettere le lenti a contatto. Che, dotate di una propria volontà, sono più scazzate di te e a finire nel posto per cui sono state progettate non ci pensano neanche.
E così ti ritrovi in ritardo, con due occhi che neanche dopo esserti fumata la foresta amazzonica o alla fine di Hachiko. Ovviamente la domenica è quel giorno in cui ti metti in testa di fare uno sproposito di cose e andare a letto presto, quindi immancabilmente ti ritrovi all’1 e mezza di notte a chiederti per quale motivo tu ti sia ritrovata a sbrigarti per poter fare il minimo indispensabile dopo aver passato il pomeriggio a guardare video idioti su YouTube.
E che strano, la mattina dopo hai sonno! Chissà come mai, mh.
Quindi, mentre fai una discreta audizione per le prossime olimpiadi dello sbadiglio, ti trovi davanti alla scelta: “mi pettino o mi trucco?” (Avete presente quando dicono che chi ha i capelli ricci non si pettina ed è comunque in ordine? È una cazzata.)
Per me la decisione è sempre facile: il trucco, perché almeno in questo modo posso diminuire le probabilità di essere scambiata per una sedicenne. Se ve lo state chiedendo: sì, capita più spesso di quanto mi piaccia ammettere; una volta mi ha fermato uno degli inservienti della mia facoltà mentre giravo per gli uffici, chiedendomi se fossi del liceo vicino. Non è esattamente piacevole, eh. Magari fra venti anni sì, ma ora ci terrei a farmi prendere sul serio.
Peccato che sia perennemente in ritardo, quindi mentre sei lì che cerchi di andare dritta con l’eyeliner suoni la sveglia del “devi uscire di casa ORA, se vuoi arrivare in paese in tempo per prendere l’autobus!” …per prendere il treno per prendere la metro che alla fiera dell’est mio padre comprò.
E di solito suona quando hai appena terminato UNA delle palpebre. Ti affretti a finire l’altra, che ovviamente non sarà mai uguale alla prima, conferendoti un aspetto tipico delle opere di Picasso, recuperi al volo il cappotto la borsa le scarpe e scendi le scale controllando di non aver dimenticato nulla.
Si narra che una volta mi sia accorta di essere scesa in pantofole solo dopo aver acceso la macchina e notato una certa difficoltà nel gestire bene la frizione, ma sono ovviamente solo delle illazioni prive di fondamento.
Arrivi in paese dopo esserti trasformata in un pirata della strada, aver schivato tre joggisti (si chiamano così?) e resistito all ‘impulso di investire un gruppo di ciclisti. Posteggi pianificando quale sarà la zona del parcheggio preferita da chi lascia la macchina IN MEZZO anche con metà strisce vuote e ti fai la corsetta mattutina per la fermata della navetta per la stazione, cercando il momento esatto in cui arrivi in fermata in modo da non trascorrere troppo tempo con il carnaio umano e non dover ascoltare troppe stronzate.
Perché non importa da dove prendi il treno, non importa a che ora: se la tua destinazione è Roma incontrerai sempre, sempre, SEMPRE almeno Uno Statale.
Come li riconosci? Prevalentemente di sesso femminile e d’età intorno ai 40 anni, mentre tutti hanno un’aria scazzata e vorrebbero solo dormire, figurarsi chiacchierare, lei (lui) delizierà il malcapitato di turno parlandogli di quanto sia difficile il suo lavoro, di quanto in questo paese nessuno lavori quanto lei, di come l’intero apparato statale crollerebbe se non ci fosse lei a tenere le fila di tutto. Ovviamente i suoi sproloqui sono infarciti di termini dialettali e caratterizzati dallo sbagliare QUALSIASI tempo verbale. Congiuntivo? Naaaah. Però lei è una che si è fatta le ossa, a cui nella vita non hanno mai regalato nulla e che non ha il tempo neanche di respirare, afferma ruotando il dito con una perfetta unghia in gel (rigorosamente rosa acceso o rosso) e scuotendo grave la testa su cui campeggia lo stimato lavoro della parrucchiera di fiducia. Tutto in lei grida raccomandazione parentale e il pensiero di dover lavorare per il resto della vita per pagate la SUA pensione ti fa venire un’insana voglia di prendere un mitra, o di venderti tutto e aprire un chiosco di gelati a Cuba.
I monaci buddhisti fanno pratica zen sui mezzi pubblici alle 7 di mattina.

Arrivi in stazione dopo aver viaggiato in piedi mentre l’autista, evidentemente affascinato dalle gesta dei piloti nel Gran Premio d’Australia corso soltanto ieri, prende le curve ad una velocità tale da far capire a chi prepara l’esame di Fisica l’azione delle forze angolari (grazie per aver contribuito al mio onoratissimo 24). Qui ti trovi di fronte a due possibilità: o il treno è allegramente già passato, mandando a puttane il tuo tour de force dato che avresti potuto svegliarti un’ora più tardi per prendere il treno dopo, o è in ritardo ed è strapieno, sì, ma puoi sperare di riuscire a salire.
Per fortuna Trenitalia è clemente e la folla innervosita sulla banchina ti fa capire che sei stata fortunatamente graziata.
Il posto a sedere? Un miraggio, ma almeno sei salita e puoi sperare di arrivare a Roma Termini in orari decenti.

….

Perché ci siamo fermati in mezzo al nulla?

Buon lunedì mattina a tutti.

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