Usitalia.

Il paese esprime sempre una volontà di cambiamento, e questa è la miglior garanzia dell’immutabilità politica. Basta non cambiare mai, di modo che il popolo possa continuare ad esprimere la sua volontà di cambiamento. Perciò in Usitalia si era deciso che tutti dovevano assomigliarsi, virtuosi e gangster, modernisti e passatisti, moderati e moderisti. Decine di facce promettevano, incominciavano, interrompevano, ribadivano le solite cose, dentro e fuori gli schemi, e in quel rutilante scorrere di nulla ogni cittadino trovava le sue ragioni e subito le dimenticava, e gli restava dentro solo l’eco di un disagio rabbioso. Così il Reame del Gangster Catodico e dei suoi maggiordomi neri e rosa, sembrava volere le stesse cose del Misterioso Grande Centro o del Monastero dei Beati Progressisti, identiche erano le orazioni, i rosari e le parolacce, identica la miseria di idee e la sudditanza ai forti. Chi aveva idee, in quel paese, se le portava addosso da solo, come una gerla, e le scambiava coi passanti. Per il resto, lotte da città a città e da ducato a ducato, tenzoni proporzionali e maggioritarie, fulmineo scorrere di risse e insulti poi trasformabili in alleanze e bicamerali con bagno, promesse d’odio eterno ed eterni compromessi, e poi referendi e tradimenti e rimpasti e ribollite e ribaltoni e insulti alla storia, alle vittime, ai deboli. Si demandava ai magistrati di giudicare quello che spetta ad ogni coscienza civile: se ai potenti sia concesso qualsiasi reato e delitto. Sì, era la risposta, e ogni dignitoso sogno aveva abbandonato le anime di quel popolo, lasciandoli lieti di affidare la loro libertà a gangster e mafiosi, e sentirla minacciata dal mendicante all’angolo. La loro indignazione aveva respiro meno che settimanale, e durava più per un rigore non concesso che per un delitto non svelato. Sì, senza coscienza civile, senza storia, senza giustizia, la vita in quel paese aveva il lento scorrere di un funerale.

Così, anche nella città ove si reca la nostra storia, città già un tempo simbolo del progressismo, che tutta si industriava per preparare il suo infausto destino, il dover essere deflorata dalle armate di destra. Ma allora nessuno lo credeva, nel suo beato accecamento. Guai a perdere quel prezioso pezzetto di potere. Guai a interrompere feste celebrazioni e affari coi fratelli di rinfresco e di loggia. Guai a essere troppo diversi dagli altri. Perciò nessuno avrebbe mai visto, in quel palazzo del governo cittadino, gogne di speculatori, roghi di finanzieri, fluire di popolo padrone e fiero. Anzi, una lapide che ricordava una bomba lontana si stava ossidando, alla luce di neon pronti a illuminare concerti di cantautori fedeli alla causa. Ingialliva come una grande foglia, e così ingialliva nell’animo delle persone la verità dell’evento. Era stato vero, o forse un film, di cui nemmeno ricordavano più il titolo? E perché mai, dicevano i governanti di Usitalia, i giovani non ricordano ciò che ogni giorno noi cerchiamo di fargli dimenticare?

[…]

Pancetta uscì di di malumore. E subito, vicino al distributore di bibite, rivide Aladino, cioè l’uomo col Borsalino. Quello lo guardò, sorrise, mise una moneta nella fessura, aprì lo sportellino e invece di un’aranciata ne fece uscire due uccellini rossi e gialli, che volarono fuori dalla finestra.
– Cos’è lei, un prestigiatore? – disse Pancetta, secco. – Guardi che il cartellone degli spettacoli comunali è al completo.
– E i soldi tutti assegnati, lo so – disse Aladino. – Allora, ha scelto Rik?
– Sono affari miei – disse Pancetta – si può sapere cosa vuole?
– Dov’è il vostro computer con le planimetrie cittadine?
– Non può essere consultato dal pubblico – disse Pancetta. – Chi è lei, una spia degli squatter? Se ne vada, non ho tempo.
– Non avete mai tempo per chi, secondo voi, non conta, vero? – disse Aladino. – Proprio come gli altri.
– Mi fa la predica? Io ho delle responsabilità politiche e delle priorità.
– Ma lei è sempre stato così?
– Certamente – disse Pancetta. Lo colse un capogiro improvviso, si appoggiò al braccio dell’uomo, sentì uno strano odore di spezie orientali e svenne. Quando riaprì gli occhi, era in una piazza. Qualcosa gli ondeggiava davanti agli occhi. Erano capelli, aveva nuovamente i capelli lunghi, la barba e reggeva uno striscione! Davanti a lui, uno schieramento di polizia. L’uomo col Borsalino era al suo fianco, del tutto incongruo in una schiera di ragazzi con l’eskimo. C’era il sindaco, magro ed esagitato, che urlava minacce contro quattro dei cinque continenti. C’era l’assessore al traffico. C’era Bettelli, che adesso dirigeva un giornale di destra. C’era il povero Marco. E Cristiana, bionda e bellissima.
– Che scherzo è questo. Cos’è lei, un ipnotizzatore? Dove siamo?
– Davanti al suo ufficio, vede quella finestra lassù? Avevo ragione io. Lei una volta era diverso. Ha dimenticato tutto?
– I tempi… sono cambiati – disse Pancetta. La piazza svanì, come nella dissolvenza di un film. Ora erano a un tavolo di un bar, in una città che assomigliava a Parigi.
– Io la preferivo coi capelli lunghi – disse Aladino, alzando un calice di Pernod. – Lei diceva spesso parole superficiali e velleitarie ma ne diceva anche di giuste e generose. Perché le ha vendute? E perché per così poco?
Pancetta si guardava intorno stupito. I battelli passavano sulla Senna. Sul quai, transitavano vecchie Citroen ballonzolanti. Ma soprattutto, al tavolo vicino aveva riconosciuto Lenin che leggeva un giornale rosa* a lui ben noto. Un battello fece risuonare la sirena, si udì un grido: “Chi vuole cambiare idea, si parte!.
– Noi siamo dovuti diventare un po’ come gli altri, ma era necessario. Abbiamo responsabilità, riforme, errr… (si schiarì la gola). Abbiamo un avversario politico crudele, quando è maggioranza ci opprime, quando è opposizione ci giudica.
Lenin si alzò dal tavolo, si slacciò il cravattino e gli si sedette di fronte, irato.
– Chi vi giudica? – gridò – I pensatori della destra? Quei quattro fighetti che vedo scodinzolare in televisione? Le logge affariste che chiedono luce su ogni passato meno che sul loro? Sono questi ipocriti che hanno sostituito lo sguardo della nostra storia, dei nostri amici, di chi ha pensato e lottato per noi? No, non c’è nessun moloch che vi sovrasta. No, tutto quello che fate lo fate perché lo volete, ogni giorno. Perché scegliete i vostri amici con cura. Perché dimenticate gli oppressi e ignorate gli oppressori. Ma un giorno qualcosa tornerà, sangue e rabbia e steppa, e vi azzannerà alla gola.
Lenin parlava e diventava sempre più grande, una statua. Poi iniziò a dondolare avanti e indietro, come volesse cadergli addosso. E infatti crollò, e si schiantò in una nube di coriandoli rosa. Tutti nel bar sghignazzarono.

– Agenti – gridò Pancetta – servizio d’ordine, aiuto! – E si svegliò. Una segretaria premurosa gli porgeva un bicchier d’acqua.
– È svenuto, assessore. Sta meglio adesso?

Stefano Benni, Spiriti

*La Gazzetta dello Sport.

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